Letteratura inglese

Chesterton

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Gilbert Keith Chesterton l’Architetto della certezza.

È il prolifico scrittore anglo-francese Hilaire Belloc (1870-1953) ad averci lasciato uno dei ritratti più convincenti di Chesterton in quelle tre sintetiche, ma scultoree righe: «egli fece vedere agli uomini ciò che non avevano visto prima. Li fece conoscere.
Era un architetto della certezza, ovunque praticasse quest’arte in cui eccelleva».

La vita di Chesterton

Gilbert Keith Chesterton nacque a Londra, nel ricco quartiere di Campden Hill, distretto reale di
Chelsea e Kensington, il 29 maggio 1874.
Il padre era un ricco agente di aste immobiliari: la famiglia seguiva un orientamento liberale in politica e protestante unitariano in religione.
Allievo della St. Paul’s School, Chesterton non fu quel che si dice uno studente modello: prestava poca applicazione alle materie che non lo interessavano e d’altro canto il suo fisico massiccio e persino goffo gli impediva di affermarsi nelle attività sportive, così importanti nelle scuole inglesi.

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In compenso, insieme al futuro poeta E. C. Bentley fondò, diventandone presidente, un animato club del dibattito, il Junior Debating Club, ai cui lavori partecipò sempre attivamente insieme al gruppo di amici che lo componeva.
Chesterton non frequentò l’università, ma, date le sue notevoli inclinazioni per il disegno e in particolare la caricatura (di cui esiste efficace testimonianza nelle illustrazioni alle poesie di Bentley e ai romanzi di Hilaire Belloc), si iscrisse alla Slade School of Art; a ventun anni, e terminati quegli studi, si rese peraltro conto di non possedere le qualità che avrebbero potuto consentirgli di affermarsi nel campo delle arti.
Si impegnò nell’editoria, cominciando intanto a scrivere, segnatamente poesia, e a pubblicare in giornali e riviste. Ma già a cavallo del secolo egli trovava un’occasione per impegnarsi polemicamente e aggressivamente, come sarebbe stato sempre nel suo carattere: la guerra boera, che egli criticò con energia più da posizioni antimperialiste che pacifiste, giacché Chesterton rivendicava il diritto al patriottismo, ma non giustificava la sopraffazione ai danni di paesi dalle tradizioni e dai valori diversi e indipendenti.
Di qui la sua simpatia per l’Irlanda e la sua ostilità contro le posizioni di Rudyard Kipling e di Cecil Rhodes.

Per scelta, ma anche per necessità pratiche (il matrimonio, nel 1901, con Frances Bogg), Chesterton
divenne giornalista e tale, sotto molti aspetti, rimase per il resto della vita: recensore, editorialista, saggista, in
possesso di uno stile estremamente vivace, epigrammatico, paradossale.
Ne diede prova dapprima sulle colonne di The Speaker, un piccolo settimanale gestito da lui e da alcuni amici, e poi di uno dei maggiori quotidiani liberali di Londra, il Daily News.
Fu proprio la versatile efficacia del saggista (testimoniata da due raccolte apparse nel 1901 e nel 1902), più che i tentativi poetici (a loro volta apparsi in un paio di volumi nel 1900) a indurre John Morley, direttore della serie English Men of Letters della MacMillan, a chiedere a Chesterton di scrivere una monografia su Robert Browning. Uscito nel 1903, lo studio su Browning si rivelò l’opposto della trattazione oggettiva e informativa propria della collana, riflettendo gli umori di Chesterton e proponendo un ritratto soggettivo ma assai originale del poeta vittoriano.

 

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Opere di Chesterton

Nel 1904 apparve il romanzo The Napoleon of Notting Hill che, per il suo taglio di fantastica anticipazione storica, va considerato il capostipite di un genere destinato a trovare il suo culmine, molti decenni più tardi, in 1984 di George Orwell, sia pure in termini speculari capovolti. Il romanzo di Chesterton, nella sua visione di una lotta tra vari quartieri di Londra, combattuta nello stile delle battaglie medievali finché Notting Hill conquista la città, ma il suo capo, Adam Wayne, commette l’errore “napoleonico” di imporre un dominio di tipo imperiale sui borghi sconfitti, contiene in effetti l’esaltazione del patriottismo nella sua riduzione provinciale, del piccolo mondo quasi domestico e incentrato sull’unità cellulare della famiglia; inoltre, il libro nel suo epilogo acquista un tono pressoché mistico investendo il problema del rapporto tra uomo e Dio.

Non a caso, un anno dopo il Napoleone, Chesterton diede alle stampe Heretics e nel 1908 pubblicò Orthodoxy, la prima organica testimonianza della sua legittimazione del Cristianesimo e della condanna dello scetticismo anche in base alla ragione; mentre si fissava e si irrobustiva il fondamentale sodalizio con Hilaire Belloc, lo scrittore e saggista cattolico di origine francese al quale egli si legò talmente da propiziare l’ironico termine “Chesterbelloc”.
Se il convertito Chesterton fu accolto dalla Chiesa cattolica romana soltanto ne 1922, già in questa fase appariva chiara la sua risposta di tipo ottimisticamente e vitalisticamente religioso allo scientismo, al socialismo, all’industrialismo e al conseguente urbanesimo, cui egli contrapponeva i valori del tutto astratti e non di rado schematici di una società di matrice rurale e di costumi semplici e tradizionali.
Pur non pervenendo mai a una seria e organica sistemazione ideologica (in questo senso le sue inclinazioni andavano genericamente agli ideali di Tolstoj, come rivela Simplicity and Tolstoy del 1912),
Chesterton ribadì gradualmente queste sue posizioni, mentre un significativo tributo veniva reso nel libro
dedicato nel 1906 a Dickens, lo scrittore che «voleva ciò che la gente voleva».
Sulla scorta di queste premesse Chesterton scrisse il suo romanzo certo più compiuto e più solido, The Man Who Was Thursday (L’uomo che fu giovedì, con il sottotitolo Un incubo), del 1908: vera e propria allegoria in cui sono visti paralleli con Kafka, ma che in pratica tende, con la misura ironica peculiare di Chesterton, a delineare una favola consolatoria della presenza positiva del divino.
Syme, il protagonista di L’uomo che fu giovedì, è un detective incaricato di impedire un complotto anarchico. Detective dilettante ma di raro e umano acume è il personaggio più popolare di Chesterton, padre Brown, creato tenendo presente un modello concreto, Monsignor John O’Connor, grande amico che materialmente lo accolse poi nell’ambito del cattolicesimo romano.
Il genere poliziesco di Chesterton, iniziato nel 1911 con i racconti The Innocence of Father Brown, proseguito nel 1914 con The Wisdom of Father Brown, nel 1926 con The Incredulity of Father Brown e infine nel 1927 con The Secret of Father Brown, si inserisce nel grande filone aperto da Conan Doyle con la figura proverbiale di Sherlock Homes, caratterizzandosi da un lato per l’analisi psicologica e dall’altro per la dimensione religiosa, che consentono all’investigatore di scandagliare a fondo l’animo umano all’interno dell’ambiente livellante e spesso anonimo della metropoli moderna, affidandosi alla sua penetrante intelligenza ma anche al suo buon senso e alla sua candida innocenza, temi questi ricorrenti nell’opera di Chesterton, e ben presenti in Manalive (Le avventure di un uomo vivo),apparso nel 1912.

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Le vicende del poliziotto-teologo e del suo avversario, Flambeau, l’avventuriero francese al fondo simpatico e così poco “cattivo” da ravvedersi a tempo debito, ottennero una considerevole fortuna.
Nel 1911 Chesterton aveva pubblicato una delle sue più fortunate opere poetiche, The Ballad of the White Horse
(La Ballata del cavallo bianco), un’evocazione affidata ai ritmi di una struttura poetica epicopopolare, dell’Inghilterra medievale di re Alfredo, il condottiero della vittoria sugli invasori danesi, e tesa a celebrare il senso di un patriottismo cristiano.
Nel 1913 uscì un altro dei libri chiave del Chesterton saggista, The Victorian Age in Literature, a ridosso di Manalive: ancora una volta un testo decisamente soggettivo eppure ricco di indicazioni brillanti, specie nella trattazione della narrativa e dei grandi percorsi concettuali dell’età vittoriana.

Il dichiarato antigermanesimo di Chesterton fece di lui un acceso sostenitore della partecipazione della Gran Bretagna alla prima guerra mondiale; impossibilitato ad arruolarsi per ragioni fisiche, egli dovette subire
il grave colpo recatogli dalla morte per nefrite in Francia del fratello Cecil, al quale era particolarmente legato.
Nel dopoguerra Chesterton accentuò le sue scelte ideologiche, viaggiò molto in Europa e, se pure condannò il
nazismo, mostrò aperte simpatie per il fascismo italiano e la destra francese.

La biografia di William Cobbett, pubblicata nel 1925, ribadì la polemica antindustriale e l’utopia rurale di Chesterton, mentre il poderoso volume su San Tommaso d’Aquino, del 1913, è insieme un documentato tributo e un’estrema professione di fede.

Chesterton morì a Beaconsfield, dove si era da tempo trasferito, il 14 giugno 1936.
Nello stesso anno fu pubblicata la sua autobiografia.
La favola esige sempre una sua morale, nella visione del paradosso chestertoniano, curiosamente prossimo, anche se assai più bonario e andante, del paradosso di Shaw e Wilde: va rammentato che il portavoce più brillante del paradosso, il giovane Michael Moon, è irlandese come Shaw e Wilde, precisamente.
A conclusione di Manalive, Mary dice: «Attaccatevi all’uomo che guarda fuor di finestra e cerca di capire il
mondo. E girate largo dall’uomo che guarda dalla finestra dentro casa, e pretende di capir voi».
Il romanzo termina così in diminuendo, mentre l’applicazione del paradosso chestertoniano, per il quale si impianta
un’affermazione comune e la si capovolge, conduce alla scoperta dell’estrema verità, al paradosso cristiano.
Chesterton si ritaglia dunque il suo posto di inventore divertito di parabole umane.

Gaetano Algozino        Leonforte (En), 13/04/2021

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