Letteratura inglese

Lewis Carroll e Alice nel paese delle meraviglie

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DODGSON-CARROLL e lo specchio di Alice

Cosi come i Vangeli e le parabole buddiste, Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio sono insieme dei libri esoterici e dei libri popolari. Ogni bambino continua a leggerli abbandonandosi perdutamente alle avventure di Alice e del coniglio bianco, e ognuno di noi deve riprenderli, sfogliarli, consultarli, tornare a rileggerli, se vuole orientarsi negli spazi troppo vasti fra la terra e il cielo.


Pietro Citati, noto scrittore e critico letterario, rende giustizia, con la forza del paradosso e della sfida, ad uno dei libri più letti, più tradotti, più conosciuti del mondo. Critici e lettori comuni sono d’accordo nell’assegnare al dittico narrativo Alice nel paese delle meraviglie – Attraverso lo specchio un posto di riguardo nella storia della letteratura e non solo di quella infantile. Eppure, come accade spesso ai capolavori, la sua nascita fu del tutto casuale.
Un piacevole incidente nella vita del suo autore, che di mestiere non faceva lo scrittore, ma l’insegnante di matematica in uno dei più seri e antichi colleges di Oxford.

Chi era Lewis Carroll

Il rispettabile professore si chiamava Charles Lutwidge Dodgson e come tale era conosciuto e stimato in tutto l’ambiente accademico inglese. Quando si concedeva una “vacanza” e si dedicava a frivolezze come per esempio scrivere poesie o inventare storie per bambini, si firmava con uno pseudonimo, Lewis Carroll.
Ma ci teneva a mantenere le distanze, tanto che da vecchio arrivò a respingere con la scritta “sconosciuto” le numerosissime lettere indirizzate a Lewis Carroll che gli ammiratori di Alice spedivano al college dove abitava.
E invece, ironia della sorte, fra i due è il nome di Lewis Carroll che è passato alla storia, mentre di Charles Lutwidge Dodgson, professore di matematica, se ne ricordano in pochi. Quei pochi poi lo fanno solo per meravigliarsi del contrasto fra l’immagine pedante, noiosa, banale del professore e la fantasia irriverente e scatenata che trapela dalle avventure di Alice. Questo almeno avveniva fino a qualche anno fa, quando improvvisamente l’attenzione dei critici si appuntò sulla vita privata del professor Dodgson, che fu sviscerata in ogni minimo particolare, alla ricerca dell’elemento segreto, del “vizio nascosto” che giustificava quella incredibile metamorfosi. Ci fu quindi un fiorire di biografie in cui Alice e il suo creatore furono interpretati in tutte le chiavi possibili, da quella mistico-cristiana a quella psicanalitica. Questo rinnovato interesse sui due volti del padre di Alice ebbe se non altro il vantaggio di portare alla luce una quantità di fatti, di episodi curiosi, di particolari che altrimenti sarebbero rimasti sconosciuti. Sulla base di queste notizie possiamo cercare di ricostruire anche noi la figura del padre di Alice.

Lewis Carroll

Vita e opere di Lewis Carroll

Charles Lutwidge Dodgson nacque il 27 gennaio 1832 a Daresbury, nei pressi di Manchester, terzo figlio del rettore di quella parrocchia. Dopo di lui nasceranno altri otto tra fratelli e sorelle e poiché Charles era il maggiore dei maschi si sentì per tutta la vita responsabile della numerosa tribù. Fin da piccolo si preoccupò di divertire e istruire i fratelli minori inventando giochi, componendo per loro spiegazioni scientifiche in versi, scrivendo e rappresentando lavori teatrali, dirigendo giornalini familiari che ebbero nel tempo titoli diversi. I bambini Dodgson d’altronde vivevano molto isolati nella casa parrocchiale di campagna e non avevano troppe occasioni di svago.
E a Charles piaceva fin da allora raccontare storie ai più piccoli.
Troviamo svaghi analoghi nella biografia di altri scrittori inglesi. Una ventina d’anni prima le sorelle Brontë, isolate nella casa della brughiera, ingannavano il tempo dell’infanzia raccontandosi a vicenda (e scrivendole) storie romantiche e avventurose. E lo stesso avverrà cinquanta anni dopo in casa Stephen, a Londra, dove la piccola Virginia – non ancora maritata Woolf – scriverà un giornalino familiare per i fratelli e le sorelle.

Le storie curiose del giovane Dodgson però avevano un particolare curioso: non erano avventurose o romantiche, erano storie buffe che stravolgevano il senso delle cose quotidiane. Questa non era una sua invenzione personale. Già la tradizione popolare inglese dedicava al mondo infantile i suoi nonsense imperniati su giochi di parole, su stravolgimenti delle immagini. E quello dell’humour assurdo era il tono con cui l’austero reverendo Dodgson, rettore di parrocchia, si rivolgeva al figlio di otto anni in una lettera in cui lo informava di avergli procurato i regali richiesti, una lima, un cacciavite, un anello:

«Non mi dimenticherò della commissione che mi hai affidato. Appena arrivato a Leeds mi metterò a gridare in mezzo alla strada: chincaglierie, chincaglierie! In un attimo seicento uomini sbucheranno dalle loro botteghe, si spargeranno in tutte le direzioni, suoneranno le campane a stormo, chiameranno le guardie municipali, appiccheranno il fuoco alla città. Io esigerò una lima, un cacciavite e un anello e se non mi verranno portati immediatamente non lascerò nessuno vivo nella città, tranne un gatto, naturalmente, per il solo fatto che non avrò avuto il tempo di ucciderlo. Allora, che fracasso! Che rissa! I porci e i bambini, i cammelli e le farfalle rotoleranno tutti insieme nel ruscello; le vecchie signore si arrampicheranno sui camini, seguiti dalle vacche. Le anatre si nasconderanno nelle tazze da caffè, le grasse oche cercheranno di intrufolarsi dentro alle scatole di matite; infine verrà scoperto il sindaco di Leeds dentro un piatto di minestra, ricoperto di zuppa inglese e guarnito di mandorle per farlo somigliare a una torta di pasta frolla, mentre tenterà di sfuggire alla terribile distruzione della città. Finalmente vengono portati gli oggetti che ho richiesto: allora risparmio la città e invio, dentro cinquanta carretti scortati da diecimila soldati, una lima, un cacciavite e un anello, offerti a Charles Lutwidge Dodgson dal suo papà che l’ama».

Charles Lutwidge Dodgson Lewis CarrollCome meravigliarsi se, molti anni dopo, rivolgendosi a una bambina di dieci anni, Charles inventerà le assurde meraviglie di Alice? Fino ai dodici anni Charles studiò a casa, sotto la sorveglianza paterna, e ricorderà quel periodo con grande nostalgia. Gli anni nella scuola di Rugby, in mezzo a ragazzi violenti e ottusi, gli fornirono qualche occasione di menare le mani, ma gli lasciarono sempre un pessimo ricordo. Finalmente, il 24 gennaio 1851, a diciannove anni, raggiunse la sua sede definitiva: si iscrisse al Christ Church di Oxford, uno dei più antichi e prestigiosi colleges inglesi, che non lascerà più fino alla morte. Qui infatti compì gli studi universitari e qui rimase poi come istruttore degli studenti per tutti gli anni a venire. Nel 1855 ottenne il primo incarico ufficiale, di mathematical lectuter, per ricoprire il quale era necessaria l’ordinazione sacerdotale. Fu così che il nostro Charles diventò il reverendo Dodgson. Non aveva nessuna intenzione di essere ordinato sacerdote, come suo padre e come suo bisnonno, che era stato vescovo anglicano, anche se il padre gli suggeriva che il beneficio di una parrocchia sarebbe stata un’ottima sistemazione finanziaria per quando si fosse sposato.
Charles non si sposò mai e la sua carriera ecclesiastica si arrestò al diaconato, che ricevette il 22 dicembre 1862 e che non richiedeva altro impegno che una buona preparazione in teologia. Fra l’altro era terrorizzato all’idea di dover predicare in pubblico, a causa della sua balbuzie, timore che superò solo negli ultimi anni della vita.

Anche come professore non era molto brillante, anzi, molti anni dopo alcuni allievi lo ricorderanno come mortalmente noioso. Non sapeva mantenere la disciplina, i ragazzi gli erano antipatici. Invece era spigliato, divertente e non balbettava più quando si trovava in compagnia di bambini, anzi di bambine, perché i maschietti gli erano antipatici anche da piccoli. Critici e biografi hanno cercato di interpretare in molti modi la preferenza che Lewis Carroll dava alla compagnia infantile rispetto a quella degli adulti.
Era affascinato dall’aspetto delle bambine, dalla loro grazia, dalla loro intelligenza. Le trattava come adulte, scriveva loro lettere divertenti e compitissime, le andava a trovare, le invitava a prendere il tè, aveva  la casa piena di giocattoli per farle divertire.
Più di una volta nelle sue opere dichiarerà che «sette anni, non un mese in più, sono l’età perfetta».
E il suo modo di ragionare, la sua logica portata alle estreme conseguenze, fino all’assurdo, resterà sempre di una qualità tipicamente infantile, nel senso più limpido  e più spietatamente critico che assume la ragione, giunta a maturità, ma non ancora inquinata da ragionamenti utilitaristici. Un’altra delle attività in cui eccelleva  erano le invenzioni.
Se non era un buon insegnante, era però un matematico geniale quando teorizzava e spiegava in trattati le sue scoperte. La sua smania di ricerca però si applicava anche a piccoli problemi quotidiani.
Dall’imballaggio dei libri ai gadgets, non c’era campo della vita pratica in cui non si sforzasse di trovare nuove soluzioni. Inventò un sistema per prendere appunti al buio, un “piano di tavola” per distribuire i posti razionalmente  in una cena con numerosi invitati, un sistema per evitare l’ingorgo delle carrozze all’uscira del Covent Garden, un metodo per rendere più comoda la consultazione della carta stradale quando si va a spasso per la città, alcune migliorie per la “direzione” della bicicletta appena scoperta.
D’altronde l’epoca in cui viveva era tutto un fiorire di invenzioni pratiche: dalla penna stilografica alla macchina da cucire, dalla bicicletta al ciclostile.

Fra le scoperte più recenti, una lo affascinò per tutta la vita: la fotografia. Vi si accostò nel 1855, spinto da uno zio appassionato di questo svago. Fu l’inizio di una grande passione, che vide Lewis Carroll seguire, con acume e curiosità di scienziato e con sensibilità di artista, tutta l’evoluzione che subirono in quegli anni i procedimenti di sviluppo e stampa. Fino a pochi anni fa i critici letterari consideravano questa passione come un hobby, una delle tante stranezze del bizzarro professore. Ma gli esperti di fotografia sanno che Charles Lutwidge Dodgson deve considerarsi uno dei pionieri più illustri della nuova arte.
Pochi in quegli anni raggiunsero risultati così alti con tecniche necessariamente ancora rudimentali.
La grande mostra itinerante del 1956 La famiglia dell’uomo comprendeva opere di solo tre fotografi inglesi.
Uno dei tre era Lewis Carroll e sebbene le sue foto siano le più antiche, le più artigianali, a detta di tutti non sono fra le meno belle. Ai paesaggi, agli edifici, alle nature morte, soggetti più facili a causa delle pose molto lunghe che allora le lastre poco sensibili richiedevano, Carroll preferiva i ritratti. Fotografava parenti, amici, personaggi illustri. Ma è passato alla storia solo per le foto che scattava alle bambine sue amiche.
Su queste fotografie si è scatenata una ridda di ipotesi, di interpretazioni maliziose, spesso decisamente maligne. Forse c’era davvero qualcosa di morboso in questo interesse appassionato per la figura infantile.
Non dimentichiamo però che i bambini erano fra i soggetti preferiti di tutti i fotografi di quel tempo.
Basta poi dare un’occhiata alle raccolte di foto vittoriane, alle cartoline augurali, per trovare una profusione di bambini vestiti e atteggiati nei modi più strani.
La poca spontaneità dei soggetti poi, in Carroll come nei fotografi suoi contemporanei, il fatto che fossero sempre “in posa”, derivava da una precisa esigenza tecnica: i tempi di esposizione delle lastre erano lunghissimi.

Più avanti nel tempo Carroll cominciò a fotografare le sue bambine senza vestiti e anche questo è stato interpretato come segno di morbosità. Forse, ma non dimentichiamo che è di quegli anni la grande moda del nudo infantile, presso pittori, illustratori, fotografi. Moda che in fotografia è durata fino alla scorsa generazione.
Quanti settantenni di oggi non possiedono una piccola immagine infantile che li vede nudi, sdraiati sulla classica pelle d’agnello o sulla tovaglia buona del salotto? Le madri delle bambine fotografate erano le prime a desiderare queste immagini. Erano loro ad accompagnare le figlie nello studio di Carroll, erano loro a conservare ed esporre con orgoglio i ritratti. Carroll non si sarebbe mai permesso, timido e prude com’era, di ritrarre le sue piccole modelle senza l’approvazione materna. È vero che più tardi distrusse queste foto per non imbarazzare le proprietarie ormai cresciute, ma il fatto rientra nella sua pruderie vittoriana, che gli faceva auspicare un’edizione purgata di Shakespeare per le ragazzine e gli fece votare contro l’ammissione delle studentesse nei colleges oxoniensi.

Quanto a certi atteggiamenti languidi, molli, dei giovani soggetti, che fanno sorridere maliziosamente i critici, non possono essere esaminati senza considerare anche la tradizione iconografica di quei tempi, la moda da cui Carroll doveva certo essere influenzato. Era l’epoca dei preraffaeliti.
Carroll conosceva e frequentava i due fratelli Rossetti, vedeva spesso John Ruskin, assorbiva il loro modo di rappresentare la figura femminile. A questo proposito si dovrebbe osservare il ritratto delle tre sorelline Liddell, modelle preferite di Carroll, eseguito verso il 1865 dal pittore William Blacke Richmond, che nessuno ha mai pensato di accusare di sentimenti morbosi verso Alice e le sue sorelle.

Lewis Carroll e Alice nel paese delle meraviglie

Comunque fu proprio una fotografia il primo contatto fra Lewis Carroll e le tre bambine del nuovo decano del Christ Church. Le tre bambine si chiamavano Lorina, Alice ed Edith Liddell, vivevano con i genitori in un appartamento del college e giocavano a croquet in giardino. Carroll, che in quel periodo si occupava della biblioteca del college, le guardava giocare  dalla finestra e spesso usciva in giardino a giocare con loro. Fu per le tre bambine che, durante una gita in barca, inventò la storia di Alice nel paese delle meraviglie, e poiché era il giorno del decimo compleanno di Alice, la protagonista in suo onore fu chiamata come lei. In seguito le bambine chiesero che la storia venisse scritta e Carroll obbedì, decorando il manoscritto con disegni di suo pugno.

Il libro Alice nel paese delle meraviglieL’anno dopo, nel 1863, dietro insistenza di altri amici che avevano letto il manoscritto ai propri bambini, accettò di far pubblicare la storia, modificandola un poco, dall’editore londinese Macmillan.
Il libro ebbe tanto successo che quattro anni dopo, nel 1867, Carroll scrisse Through the Looking Glass (Attraverso lo specchio), dove le avventure di Alice avevano un seguito. Nel nuovo libro, pubblicato nel 1871, la protagonista ha sempre sette anni (e mezzo), mentre Alice Liddell ne ha ormai diciannove e i rapporti fra Carroll e la sua famiglia si sono raffreddati.
Nel 1873, dieci anni dopo il primo libro per bambini, Carroll comincia a scriverne un altro, Sylvie e Bruno, che verrà pubblicato nel 1889. Ma quanto Alice era un libro allegro, scanzonato, irriverente, quanto Sylvie e Bruno è un libro “edificante”, nella migliore tradizione della letteratura per l’infanzia vittoriana.
Un libro pieno di buone intenzioni, ma con molte pretese educative, filosofiche, addirittura esoteriche.
Sebbene ogni tanto la vena ironica  e dissacrante del miglior Carroll si affacci tra le righe, il libro in complesso è noioso e alcuni critici lo hanno definito “uno dei migliori libri non riusciti”. Come tale non ebbe molto successo.
Alice nel paese delle meraviglie, invece, andava a gonfie vele. Nel 1886 ne fu tratta una riduzione teatrale, autorizzata da Carroll, che fu rappresentata a lungo con enorme successo.
L’anno dopo Carroll scrisse per la rivista The Theatre l’articolo Alice on the Stage.
Nel 1890 pubblicò The Nursery Alice, riduzione della storia per “quelli che hanno meno di cinque anni”. Ormai era famoso in tutta l’Inghilterra, e anche all’estero, come il padre di Alice.

Il cappellaio matto, personaggio di Alice mel paese delle meraviglie

Nel 1881 aveva rinunciato all’insegnamento al Christ Church, ma continuava a vivere nel college con l’incarico di responsabile del club dell’Istituto, ossia come Curator of the common room. Conduceva una vita tranquilla, recandosi ogni martedì a Londra per andare a teatro, aveva una moderata vita mondana, dedicandosi con tenace pignoleria al controllo della stampa e della vendita dei suoi libri pubblicati da Macmillan e ai rapporti, spesso turbolenti, con gli illustratori. Oltre ai libri per bambini, con lo pseudonimo Lewis Carroll (suggeritogli nel lontano 1856 da Yates che dirigeva la rivista Comic Times dove Carroll pubblicava novelle, poesie e parodie satiriche) firmò molte altre opere. Nel 1869 Phantasmagoria and Other Poems, nel 1876 il poema in versi The Hunting of the Snark, nel 1883 una raccolta di poesie, Rhymes? And Reason? e Tangled Tale. Nel 1887 Il gioco della logica, per bambini, nel 1893 una raccolta di giochi di parole, Sygizies and Landrick. Nel 1894 termina la stesura di Symbolic Logic e pubblica due paradossi logici, fra cui Ciò che la tartaruga disse ad Achille. Del 1896 è l’ultima opera firmata Lewis Carroll: Symbolic Logic, part I. Elementary, destinata a rimanere incompiuta. Da giovane aveva scritto alcuni pamphlet satirici, anonimi ma facilmente riconducibili alla sua penna, che gli avevano procurato diverse inimicizie, fra cui quella del decano Liddell.

versione originale di Alice nel paese delle meraviglieInvece col suo vero nome, Charles Lutwidge Dodgson, pubblicò diversi trattati di matematica, a partire dal 1874.
Fra questi Curiosa Mathematica, Euclid and His Modern Rivals, Pillow Problems. Si racconta, ma pare che la notizia non sia certa, che la regina Vittoria, divertita alla lettura di Alice, avesse chiesto un altro libro dello stesso autore e fosse rimasta delusa ricevendo un trattato di matematica. Certo è che a prima vista la produzione di Dodgson sembra molto eterogenea, ma a chi l’analizza in profondità appare evidente il nesso comune: quel guardare la realtà con spirito di lucida indagine, irriverente, non impastoiata dalla tradizione che impone certi traguardi come definitivamente acquisiti.

Nel Gennaio 1898, a 66 anni, fu colpito da un banale raffreddore, che però degenerò presto in bronchite. Una decina di giorni dopo Charles Lutwidge Dodgson morì serenamente nel suo appartamento del Christ Church dove abitava ormai da 47 anni.

Alice nel paese delle meraviglie – Attraverso lo Specchio

 Sebbene i due libri di Carroll su Alice siano stati scritti e pubblicati separatamente a qualche anno di distanza l’uno dall’altro, si è soliti considerarli un’opera unica in due parti, tale è l’unità di stile che li accomuna, oltre al fatto palese che unica è la protagonista, Alice, che fra l’altro resta ferma a sette anni, sia nel sotterraneo mondo delle meraviglie sia nel mondo al di là dello specchio. Il personaggio nacque nella fantasia di Carroll il 4 luglio 1862, durante una gita in barca sul fiume Isis, alla quale partecipavano, oltre al reverendo Dodgson, il suo amico professor Duckworth e le tre bambine del decano Liddell: Lorina, Alice ed Edith. Era il giorno del decimo compleanno di Alice, un “pomeriggio dorato” che Carroll rievoca poeticamente nei versi che aprono il libro di Alice nel paese delle meraviglie.
Venticinque anni dopo, in un articolo si ricorderà così: «È stato molti anni fa, ma ricordo distintamente, ora mentre scrivo, come in un disperato tentativo di scavare in una nuova vena fiabesca, avevo mandato la mia eroina giù a capofitto in una tana di coniglio, tanto per cominciare, senza la minima idea di cosa sarebbe successo dopo. E così, per il piacere di una bambina che amavo (non ricordo alcun altro motivo), stesi manoscritto e illustrai con rozzi disegni di mia mano – disegni che si ribellavano contro ogni legge di Anatomia o di Arte (poiché non avevo mai preso una lezione di disegno in vita mia) – il libro che ho recentemente pubblicato in facsimile. Durante la stesura aggiunsi molte idee nuove, che parvero sbocciare da sole dal filone originario; e  molte altre si aggiunsero da sole quando, anni dopo, lo riscrissi per la stampa… ».

Attraverso lo specchio di Lewis CarrollIl manoscritto era intitolato Alice’s Adventures Under Ground (Le avventure di Alice sottoterra).
Era in copia unica ed era destinato soltanto alle tre sorelline Liddell. Ma cominciò a circolare anche fra gli amici e l’anno dopo l’altro passeggero della barca, Duckworth, che incredulo aveva ascoltato Carroll raccontare “a braccio” la prima storia di Alice, e lo scrittore per bambini McDonald, i cui figli erano impazziti per il racconto, lo convinsero a stampare l’opera. All’inzio si pensò alla tipografia universitaria, ma questa non poteva né rilegare adeguatamente né distribuire il libro. Così Carroll decise per l’editore londinese Macmillan, che aveva appena pubblicato un altro libro per bambini destinato a diventare un classico della letteratura infantile inglese. Si trattava di Water Babies (I bambini acquatici) di Charles Kingsley, illustrato dal bravissimo Rackam. Ma fu col libro di Carroll, il cui titolo definitivo fu Alice’s Adventures in Wonderland (Avventure di Alice nel paese delle meraviglie), che Macmillan cominciò a occuparsi sistematicamente di letteratura per l’infanzia.
Per illustrare il libro di Carroll era stato scelto John Tenniel, uno dei più quotati disegnatori del tempo, che da solo era già una garanzia di successo. Tenniel eseguì i disegni in stretta collaborazione con l’autore, che era molto esigente, pignolo, ossessivo, anche per quanto riguardava la stampa, la rilegatura, i metodi di vendita, e che più volte fece perdere la pazienza all’editore. Tenniel da parte sua aveva i suoi capricci.
Anni dopo, per Attraverso lo specchio, pretese la soppressione di un capitolo perché non se la sentiva di disegnare una vespa con la parrucca. Il risultato comunque fu notevole e il libro ebbe subito un grande successo. Carroll ne mandò in omaggio la prima copia ad Alice Liddell, che aveva ormai tredici anni, e la seconda alla principessina Beatrice, secondogenita della regina Vittoria.

La storia di Alice rompeva tutti gli schemi allora in uso in Europa, e nell’Inghilterra vittoriana in modo ancora più accentuato, a proposito della letteratura infantile.
Fino ad allora i libri per bambini, più o meno apertamente, nascevano da intenti educativi, moraleggianti.
La storia di Alice non solo trascura disinvoltamente ogni raccomandazione alle virtù ritenute indispensabili per i bambini, come l’obbedienza, la religiosità, i buoni sentimenti, ma addirittura ne fa parodia.
Lo sgradevole personaggio della Regina Rossa, emblema dell’adulto nemico che educa il bambino con i rimproveri e la repressione, continua a insistere per cercare una ‘morale’ nella storia.
Invece la storia di Alice, come le altre avventure che vivrà anni dopo nel libro successivo, non ha altra morale che quella del divertimento, dell’invenzione a ruota libera, dell’umorismo. Rispondono unicamente a un bisogno che la morale vittoriana negava, generalmente a tutti, ma ai bambini in modo particolare: il bisogno del piacere.
Forse per questo motivo, Alice diventò subito un personaggio di enorme successo in tutti i paesi di lingua inglese. Gli Americani all’inizio avevano ricevuto le copie del libro che secondo Carroll e Tenniel non erano state stampate a regola d’arte. Ma – come osserva Carroll con un po’ di disprezzo – poco raffinati com’erano non se n’erano accorti e anche lì il libro era andato a ruba.

 

Sulla scia del successo di Alice, nel 1867 Carroll cominciò a scrivere un’altra serie di avventure, Through the Looking Glass (Attraverso lo specchio), che venne pubblicato nel 1871, sempre con le illustrazioni di Tenniel.
Con le traduzioni in altre lingue il libro continuò il successo trionfale, anche se i bambini non inglesi perdevano necessariamente metà delle allusioni e dei riferimenti ad abitudini, tradizioni, manie della cultura inglese vittoriana e di quella di Oxford in particolare. Non potevano gustare i giochi di parole.
Perdevano il gusto dissacrante di parodiare le poesie tradizionali, melense e moraleggianti che allora si facevano recitare ai bambini inglesi nei salotti. Quasi tutte le poesie dei due libri di Alice sono parodie irriverenti di altrettanti componimenti poetici in uso fra i bambini di allora. E il subconscio di Carroll-Alice nel libro si vendica storpiandole, ma in modo da renderle mille volte più divertenti degli originali.
È qualcosa di più forte della bambina, che agisce contro la sua volontà. «Incrociò le mani sul grembo come quando ripeteva la lezione e cominciò a recitare la poesia. Ma la sua voce aveva un suono rauco e strano, e le parole che uscivano non erano quelle consuete» (cap. II). Nessuna traduzione può rispettare questo contrasto sia perché l’originale parodiato non è noto sia perché le parole scambiate non somigliano come suono e quindi le distorsioni del senso suonano gratuite.
È pur vero che i nonsense che ne risultano sono di per sé così assurdi e divertenti che li si può gustare anche a prescindere da ciò che vi sta alle spalle (e che nemmeno i bambini inglesi di oggi conoscono).
Così come ci si diverte ai battibecchi nel lago di lacrime anche senza sapere che il pappagallo (lorichetto) che si vanta di essere più anziano di Alice, secondo Carroll era la maggiore delle bambine, Lorina, mentre il Dodo era lui, il balbuziente Do-Dodgson, e Duck, l’anatra, era il professor Duclworth, che mentre la storia nasceva stava remando a poppa. Molti traduttori perciò hanno scelto di tradurre in versi le poesie di Carroll rispettandone alla lettera il senso, ovvero il ‘nonsenso’. Altri le hanno sostituite inventando ex novo parodie di poesie ‘classiche’ in voga nel loro paese. Per curiosità diremo che la prima traduzione italiana è del 1872, ma riguardava solo Alice nel paese delle meraviglie. L’altro libro, Attraverso lo specchio, fu tradotto soltanto nel 1947.
Dopo la morte dell’autore il successo di Alice continuò ininterrotto. L’opera fu tradotta praticamente in tutte le lingue esistenti. Nel 1933 la Paramount ne trasse un film interpretato dai più celebri attori di Hollywood.
Nel 1951 Walt Disney trasportò le avventure di Alice in un cartone animato. Agli inizi degli anni settanta la RAI ne trasse uno dei primi sceneggiati televisivi a colori.

personaggi di Alice nel paese delle meraviglie

A differenza di altre opere letterarie destinate in origine a un pubblico adulto e diventate col tempo, a ‘furor di popolo’, classici per ragazzi, come Robinson Crusoe, L’isola del tesoro, I Viaggi di Gulliver, gli stessi poemi omerici, Alice, che era nato unicamente per divertire tre bambine, col passare del tempo è diventato ‘anche’ un libro per adulti e per adulti particolarmente raffinati. Anche perché i bambini non hanno mai smesso di leggerlo, pur non arrivando a cogliervi certe sottigliezze, ma forse leggendovi qualcosa a cui i grandi non saprebbero arrivare.
Gli adulti invece ci si sono appassionati perché col tempo vi hanno scoperto moltissimi centri di interesse che forse non erano nelle intenzioni dell’autore. O per lo meno non lo erano in modo cosciente.
I progressi della psicanalisi hanno spinto molti a interpretare le avventure di Alice come una confessione involontaria di Carroll che, represso nella vita quotidiana, si sarebbe sfogato attraverso metafore fiabesche.
La caduta iniziale nel cunicolo buio diventa così il viaggio nel pozzo oscuro della coscienza.
La porticina che Alice non riesce a varcare nonostante lo desideri, la crescita del corpo che non riesce a controllare, l’assurdo processo con cui si conclude la storia, tutto assume una valenza simbolica del dramma della crescita, dell’iniziazione dolorosa e drammatica all’età adulta.

Scienziati e matematici leggono infiniti messaggi nascosti sotto i paradossi del racconto, dove i concetti eminentemente scientifici di spazio e di tempo vengono manipolati da Carroll in modo insolito, apparentemente, ma non per questo illogico o gratuito. Gli scacchisti hanno studiato con accanimento tutte le mosse della partita di scacchi in cui consiste la vicenda base di Attraverso lo specchio.
Ci si è chiesto come mai i personaggi del primo libro siano carte da gioco e quelli del secondo pezzi degli scacchi, non accontentandosi della spiegazione che nelle giornate di pioggia al decanato si giocava a carte o a scacchi, come nelle mattine di sole si giocava a croquet in giardino.
Filosofi, moralisti, cultori di scienze esoteriche hanno creduto di riconoscere nel viaggio di Alice una metafora dell’itinerario dell’anima attraverso le esperienze vitali più significative.
I linguisti si sono dedicati a sviscerare analiticamente tutte le parole usate da Carroll, quelle già esistenti nel vocabolario e quelle inventate, e hanno avuto un gran daffare perché giocare con le parole era uno degli intrattenimenti preferiti del reverendo Dodgson.

Esiste una bellissima edizione di Alice nel paese delle meraviglie, stampata in Italia da Longanesi, che affianca al testo le note, elaborate dallo studioso inglese Martin Gardner, a proposito di tutti questi argomenti.
Il personaggio di Alice poi è diventato di per se stesso un simbolo a prescindere dalla storia.
Simbolo dell’infanzia libera e irriverente che viaggia perplessa in un universo che non la convince fino in fondo. Come accade a tutti i classici di narrativa destinati a durare nel tempo, al primo livello di lettura, la vicenda pura e semplice, col tempo si sono sovrapposti innumerevoli altri livelli, che possono spaventare il lettore semplice che nel libro ricerca soltanto il piacere del testo.

A dispetto dei complessi significati di cui i critici l’hanno caricata la storia di Alice, nata in un dorato pomeriggio di vacanza “per il piacere di una bambina che amavo”, resta prima di tutto un brillante e piacevolissimo racconto, pieno di intelligenza, di umorismo, di poesia. Un libro che piace ai bambini, che non mostra loro gli adulti come modelli migliori a cui adeguarsi. Anzi un libro, come sosteneva quella sua grande estimatrice che era Virginia Woolf, che aiuta gli adulti a diventare bambini.

Gaetano Algozino                                                                                      Kidbrooke Village, Londra 21 ottobre 2020

 

 

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