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Downton Abbey

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Downton Abbey e l’improbabile fantasia di una gloriosa Inghilterra

Sin dal primo momento in cui siamo entrati, quasi in punta di piedi, nella maestosa hall di Downton Abbey, attraverso la visione dei 52 episodi di cui si compongono le 6 magnifiche serie per un totale di 56 ore (pari a 2 giorni e 8 ore), siamo stati letteralmente travolti dal brillante universo della Upper Class inglese evocato dai libri di Julian Fellowes: romanticismo, intrighi, eleganza, dramma, tradizione.

E ora che la televisione italiana ogni martedì alle 21:30 ne manda in onda due episodi sul canale La7D, è necessario intraprendere un piccolo viaggio nei meandri della monumentale saga della famiglia Crawley e della sua servitù, mentre si imbarcano nell’emergente età moderna pur rimanendo radicati e fondati nelle tradizioni di un illustre casato e di una proprietà, che rimarranno sempre depositati nei nostri più reconditi affetti.

Quando pensiamo a Downton Abbey, il nostro pensiero si associa alla grandiosa casa che è al centro della saga, quasi un vero e proprio personaggio in se stesso.
È il monumentale Highclere Castle, costruito nel 1679 dalla famiglia Carnarvon, sulle macerie di una grande palazzo appartenente per secoli ai vescovi di Winchester, e poi rinnovato nel 1840 su progetto di Charles Barry, ( quello del Palazzo di Westminster di Londra, per intenderci) che con le sue 300 stanze e i suoi 5000 acri di estensione rappresenta un unicum in tutto il Regno Unito, e sicuramente una delle perle del Berkshire, la verdissima regione dalle struggenti colline nota per la sua associazione con il Castello reale di Windsor.

Highclere Castle
Di garybembridge – Flickr, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22278421

Ma Downton Abbey è molto di più che una fastosa dimora patrizia ove padroni e domestici vivono sotto lo stesso tetto condividendo, in modo diverso, le gioie e i dolori della vita.
Un luogo come Downton Abbey conquista i territori della mente e oscilla ben oltre le proprie mura.
È un modus vivendi che non esiste più in Gran Bretagna ma il meglio di esso può ancora essere rivissuto e celebrato nelle nostre dimore storiche, nelle nostre memorie ancestrali e, oserei dire, mentre seduti sui nostri confortevoli divani ammiriamo lo svolgersi lento e accattivante dei 52 episodi.
Il creatore della saga letteraria Downton Abbey, l’acclamato scrittore-barone Julian Fellowes, autore tra l’altro di libri come Belgravia, Snobs e Past Imperfect, che hanno riscosso uno strepitoso successo sia nel Regno Unito che in America, nella sua prefazione al prezioso volume fotografico curato da Jessica Fellowes, Downton Abbey. A Celebration. The Official Companion to all six seasons (St. Martin’s Publishing Group, New York 2015) scrive: «Abbiamo accompagnato una famiglia, la sua servitù e i suoi amici, e abbiamo tentato di mostrare come funzionava il mondo dagli inizi del ‘900, attraverso la Grande Guerra, fino ai febbrili anni ’20, un periodo alquanto curioso in Inghilterra, in cui tutti vivevano con un piede in mezzo ai vittoriani e l’altro fermamente piantato nell’età del jazz e dei film muti, dei primi viaggi in aereo e. soprattutto, del radicale cambiamento della società».
Tuttavia, frontiere nuove, più rischiose e impensabili saranno raggiunte dalle tre sorelle Crawley, Mary, Edith e Sybil, che vivono una vita che sarebbe apparsa incredibile, se non addirittura scandalosa e insensata, alle loro antenate.
Quello dei Crawley è ancora il mondo delle Upper Class inglesi fatto di regole, riti e tradizioni ben consolidati, che sarebbero stati definitivamente abbandonati solo dopo la Seconda guerra mondiale.
Al di là della trama che, tra colpi di scena e vicissitudini storiche le più varie, si impernia sul semplice motivo della legittima eredità e dell’amministrazione del cospicuo patrimonio della famiglia Crawley, Downton Abbey ci offre la preziosa opportunità di dissezionare costumi, abitudini e rituali plurisecolari dell’aristocrazia inglese.
Si tratta di costumi e codici comportamentali alquanto complessi, molto più complessi di quanto generalmente ci sia concesso di vedere nelle fiction o di leggere nei romanzi.
Le Upper Class inglesi vivevano da tempo immemorabile nello splendore ma con un profondo senso di ordinarietà. Pomposità e culto di sé non erano solo oggetto di ammirazione, ma costituivano la ragion d’essere dell’aristocrazia. Esse però non dovevano essere mai disgiunti da quel profondo senso di dignità che contraddistingueva la nobiltà inglese. Altezzosa e ambiziosa sì, ma pur sempre compassata ed equilibrata.

Highclere Castle
Di https://www.flickr.com/photos/bassijpkes/ – https://www.flickr.com/photos/bassijpkes/8085960023/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22278798

Tutto doveva essere fatto correttamente ma non eccessivamente, e questo emerge con straordinaria chiarezza dal portamento di Robert Grantham, conte di Downton Abbey, e della sua famiglia.
Quasi tutti i personaggi di Downton Abbey, siano essi padroni o servitù, traggono il loro senso di identità dalla casa e dalla proprietà che considerano un po’ alla stregua del loro posto nel mondo.
Molti avanzi della tradizionale Upper Class vivono ancora questo rapporto “morboso” di totale identificazione con la loro casa, confermando l’antico detto My Home is My Castle.
Perfino quando la proprietà è venduta e i suoi quadri, i suoi dipinti e le sue incisioni vengono ritrovati in tutte le case della contea, Downton/Highclere può essere ritenuta giustamente il centro di tutto.
Ed è proprio questo il punto nevralgico di tutto il romanzo/fiction, che piaccia o no: l’esistenza della solenne dimora dei Crawley conferisce un senso di sicurezza e di straordinario appeal a tutta la vicenda.

Da tutti gli episodi della fiction emerge con prepotenza come il ciclo annuale dell’aristocrazia inglese fosse incrollabilmente diviso in stagioni, non già quelle del calendario ma dei mesi assegnati alle attività sportive, agli svaghi e alle attività sociali.
La Bibbia d’altronde insegna che v’è una stagione e un tempo per ogni cosa; questa, insieme al Burke’s Peerage, il libro di araldica e genealogia delle famiglie nobili del Regno Unito istituito nel 1826 durante il regno di Giorgio IV, è l’unica filosofia dei Crawley e delle Upper Class.
Il critico Caryn James, in un pungente articolo del 10 settembre 2019 pubblicato sul sito della BBC Cultura, ha rilevato che tutta la colossale operazione Downton Abbey può essere considerata alla stregua di “un divertimento delizioso, anche se la trama è ovvia quasi al punto della stupidità”.
Trama che in realtà ha reso la serie così attraente.
Con eleganza e scintillanti valori di produzione, Downton Abbey offre allo spettatore la fantasia metastorica del mondo ordinato e aggraziato delle Upper Class inglesi, modello che potrebbe risultare particolarmente rilassante nel caotico momento sociale e politico.
Questa fantasia si fonda quasi sempre su una bugia, una finzione.

Downton Abbey

Potremmo certo amare la signora Patmore (Lesley Nicol), ma chi vorrebbe essere lei, che trascorre la maggior parte dei suoi giorni lavorando sotto le scale in quella cucina fumante?
Invece, Downton lascia al suo pubblico di sognare una vita aristocratica, in cui si potrebbe essere belli, eleganti e attraenti come Cora, contessa di Grantham (Elizabeth McGovern) e Lady Mary (Michelle Dockery); umani come il conte di Grantham (Hugh Bonneville); o avere una pungente indole meravigliosamente spiritosa come Violet, l’imperiosa ma segretamente tenera contessa vedova (Maggie Smith).

La sensazione che il mondo incantato dei Crawley si avvii verso una lenta, inesorabile estinzione diviene sempre più evidente durante la seconda parte della serie.
Nonostante alcuni accenni timidi verso un futuro più egualitario, tuttavia, Downton Abbey è più intenzionata che mai a glorificare “i vecchi tempi”.
Sì, ci sono grandi emozioni e grandi storie d’amore tutt’intorno.
Ma predominano sempre glamour, buone maniere e ricchezza.
Tutta la serie è così sontuosa e allettante che è possibile trascurare i suoi numerosi difetti cinematografici.
Downton Abbey soddisfa il desiderio non solo di un’età perduta, ma anche di uno spettacolo televisivo riportato in vita: quello dell’improbabile fantasia di una mitica, gloriosa Inghilterra chiusa nel culto di una bellezza evanescente e senza tempo.

Gaetano Algozino                                                                            Leonforte (Enna), 12/05/2021  

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