Letteratura inglese

Percy Bysshe Shelley

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IL LEGISLATORE NON RICONOSCIUTO DEL MONDO
Poesia, amore, sensibilità e ribellione nella parabola poetica di Percy Bysshe Shelley

Percy Bysshe Shelley

Poets are the trumpets which sing to battle. Poets are the unacknowledged legislators
of the world. In questi termini si esprimeva Percy Bysshe Shelley, che durante tutta la sua vita
fu un autentico, infelice ribelle che levò alta la sua voce contro tutte le istituzioni riconosciute
per affermare che gli unici rimedi per guarire i mali della società consistono nella poesia,
nell’amore e nella sensibilità alle forze naturali dell’universo.
Con Shelley si chiude anche il cerchio magico della seconda generazione dei romantici inglesi che comprende Byron e Keats.
Nonostante le numerose e profonde differenze letterarie, la triade Byron-Keats-Shelley ha
qualcosa di misteriosamente in comune.
Innanzitutto, la morte prematura in giovane età e in luoghi lontani dalla terra natia, l’Inghilterra.
Byron morì a trent’anni in Grecia, ove si era recato per combattere contro l’invasione dei Turchi, Keats morì di tubercolosi a Roma alla giovane età di ventisei anni, Shelley infine morì annegato a trent’anni nel golfo di La Spezia. Possiamo inoltre vedere una profonda connessione tra le loro vite e la loro concezione poetica, ossia
quell’idea di destino che fece di tutti i romantici degli strenui assertori di una vita ideale, mitica.
La poesia, non più concepita come imitazione della vita o specchio della realtà, coincide
piuttosto con il desiderio di cambiare la realtà, contro cui essa si pone in ideale opposizione.
Per loro il vero poeta è il Titano Prometeo che sfida le leggi del cosmo, gli dei e la stessa natura,
ossia colui che sovverte lo stesso potere politico e mette in discussione l’ordine sociale.
La poesia, di conseguenza, è l’incarnazione del desiderio per la totale sovversione delle cose.


La vita di Percy Bysshe Shelley

Percy Bysshe Shelley è un’altra incarnazione del genio romantico, inquieto, dannato, unico e stanco del mondo. Nato a Field Place, vicino Horsham, nel Sussex, il 4 agosto 1792, Shelley fu, sin da bambino, l’icona perfetta del poeta romantico: snello, attraente, dalle sembianze quasi femminine, con i profondi occhi blu e i lunghi capelli arricciati.
Le sue prime inclinazioni intellettuali furono più scientifiche che letterarie.
La sua faccia e le sue mani erano quasi sempre imbrattate di polveri chimiche combustibili, tanto che egli stesso, identificandosi in questi curiosi esperimenti giovanili, non esitò a richiamare alcuni versi gioviali di Shakespeare, che suonano quasi anticipatori del suo futuro di poeta ribelle dal temperamento focoso e dal sangue caldo: Double, double, toil and trouble; / Fire burn and cauldron bubble.
Ammesso nel prestigioso college di Eton, già a dodici anni lanciò ufficialmente la sua prima ribellione contro l’establishment aristocratico e snob di quella severa istituzione, quando ruppe violentemente il sistema del nonnismo cameratistico, in base al quale gli studenti più giovani erano obbligati a compiere veri e propri atti servili nei confronti degli studenti più anziani, che dovevano essere riveriti e omaggiati come semidei.
Soffrì molti atti di bullismo, ma il suo temperamento violento gli diede quella giusta misura di sicurezza necessaria per sopravvivere in un ambiente così ostile e repressivo.
Perfino i suoi professori dovettero nutrire una sorta di rispetto per i suoi geniali esperimenti scientifici; un tutor imprudente ricevette una devastante scossa elettrica quando, adescato dall’astuto Percy, mise le mani dentro un misterioso apparato nella stanza del giovane studente.
Ma nelle austere aule di Eton ben presto la filosofia finì col rimpiazzare la chimica, conquistando l’animo del giovane Shelley.
Si trattava della filosofia sovversiva della rivoluzione francese – pubblicamente bandita nei colleges – tradotta ed esposta da William Godwin (1756-1836) nel suo noto pamphlet An Enquiry Concerning Political Justice,
pubblicato nel 1793.
Godwin divenne il dio e l’unica musa ispiratrice di Shelley. Come un instancabile proselito, Shelley dedicò tutto lo zelo possibile alla conversione delle sue sorelle e di un suo cugino alla nuova dottrina dell’anarchismo e dell’utilitarismo goodwiniano.
Nell’autunno del 1810 Shelley si inscrisse nell’Alma Mater Universitas di Oxford, dove incontrò un giovane e promettente studioso, Thomas Jefferson Hogg (1792-1862) che divenne un brillante avvocato e scrittore.
I due divennero ben presto amici intimi, prendendosi beffe della religione e della rispettabilità.
L’anno seguente Shelley rivelò il suo precoce anticonformismo con la pubblicazione di un pamphlet intitolato La necessità dell’ateismo, che gli costò l’espulsione da Oxford.

 

Percy e Mary Shelley

Nello stesso anno, 1811, a Londra, Shelley incontrò la sedicenne Harriet Westbrook; poco dopo i due si sposarono segretamente e fuggirono in Scozia.
In seguito all’espulsione da Oxford e al matrimonio con Harriet la famiglia ripudiò Shelley come figlio ed erede. Seguirono due anni infelici, un viaggio orribile in Irlanda e Galles, e finalmente il ritorno a Londra.
Qui Shelley incontrò il suo nume tutelare, William Godwin, che aveva conosciuto indirettamente ad Eton leggendo i suoi libri.
Questo incontro giocò un’importanza capitale per Shelley: la filosofia politica di Godwin, in perpetua fluttuazione tra anarchismo, individualismo, socialismo e utopia, sempre condita da un potente determinismo pessimistico, influenzò la prima maggior opera di Shelley, il poema Queen Mab (1813), che, nonostante le innumerevoli
modifiche, rimase il testo princeps della sua visione politica.
Durante questo periodo Shelley fece una scelta che, nel bene o nel male, influenzò il resto della sua vita.
Si innamorò di Mary, figlia di Godwin e di Mary Wollstonecraft, che divenuta Mary Shelley pubblicò nel 1818 il
Frankestein, uno dei più famosi romanzi gotici del primo Ottocento.
Nel 1814 Shelley lasciò la sua prima moglie Harriet e i suoi due figli, e andò a convivere con Mary.
Nel 1818, la coppia irrequieta lasciò l’Inghilterra per stabilirsi in Italia, ove vissero, sempre come intellettuali
raminghi e senza radici, a Roma, Pisa, Firenze e Livorno.
Nel luglio 1822, durante un viaggio in barca nel golfo La Spezia – più tardi ribattezzato in “golfo dei poeti” – Shelley annegò nel mare in tempesta a bordo della Ariel.

La morte di Perchy Shelley

Gli ultimi, drammatici momenti della vita di Shelley sono stati descritti con vividezza di particolari e partecipazione emotiva dal critico Elliott Coleman nella sua antologia critica Poems of Byron, Keats and Shelley (Guild Publishing, London 1982, pp. 460-461).
Vale la pena rileggere queste righe così dense.
«Domenica, 7 luglio 1822. Shelley vagò senza meta per Pisa con l’amico Leigh Hunt, col quale aveva trascorso una settimana nel tentativo di trovare una conciliazione tra lui e Byron, che avrebbe dovuto, dietro persuasione di Shelley, finanziare il nuovo giornale fondato da Hunt.
La mattina successiva ebbe qualche commissione da sbrigare e non riuscì a disimpegnarsi fino al primo pomeriggio, quando sarebbe finalmente salpato a bordo della Ariel.
Trelawny, amico di Shelley e Byron nonché esperto di navigazione, salpò sulla Bolivar, la nave di Lord Byron, con l’intenzione di accompagnare l’Ariel al largo, ma, avendo dimenticato di richiedere il permesso di navigazione, fu costretto a rimane dentro il porto.
Una fitta nebbia avvolgeva il mare e l’aria era alquanto pesante e minacciosa.
Trelawny vide l’ultima volta Shelley reclinato su un minuscolo quarto di pontile della Ariel profondamente
assorto nella lettura delle ultime poesie di Keats.
Pochi minuti più tardi si levò un vento burrascoso che trascinò violentemente molti armeggi e barche sul porto.
Gli occhi di Trelawny cercarono di individuare la Ariel in mezzo ad essi, ma invano.
La tempesta scoppiò.  Fu violenta, ma durò solo venti minuti.
Trelawny chiese ad alcuni pescatori se avessero visto la Ariel, ma purtroppo nessuno disse di averla vista.
Non sapendo se e quando i loro mariti avevano salpato, Mary Shelley e Jane Williams aspettarono, in un clima di crescente ansietà, a Villa Magni in San Terenzo, vicino Lerici (La Spezia).
Venerdì 12 luglio arrivò una lettera di Leigh Hunt indirizzata a Shelley.
Mary strappò con una certa veemenza la busta, aprì la lettera e lesse le parole fatali “Riferiscici come arrivasti a casa, dal momento che udimmo che incontrasti avverse condizioni di tempo quando partisti lunedì”.
Per un paio di giorni rimase appesa ad un filo di speranza pensando che la Ariel poteva essere stata trasportata dalla tempesta ad Elba o in Corsica.
Ma Trelawny, dopo aver perlustrato la costa, venne a sapere che erano stati ritrovati due corpi lungo la spiaggia. Ambedue erano stati parzialmente divorati dai pesci, ma ciononostante Trelawny non ebbe difficoltà a identificare il corpo di Shelley: infatti nel taschino, piegata in due, vi era la copia delle poesie di Keats.
Quando Trelawny si presentò a Villa Magni, l’espressione del suo volto trasmise subito l’angoscioso
messaggio. “Vi è ancora qualche speranza?” sussurrò Mary.
L’ex corsaro si allontanò, incapace di proferire parola.

La tragica morte di Percy Shelley

Mary desiderò che Shelley venisse seppellito a Roma, accanto al loro amato figlio William, ma in ottemperanza a delle norme sanitarie del Granducato di Toscana, i corpi vennero cremati.
Trelawny, che si era recato a Pisa con la speranza di incontrare Shelley, prese in carico quest’orribile compito.
Alla presenza di pochi amici del circolo pisano, dell’ufficiale sanitario, di uno sparuto gruppo di soldati e di alcuni curiosi, si procedette alla cremazione del corpo di Shelley.
In seguito ad un inspiegabile fenomeno, il cuore di Shelley non si bruciò, per cui Trelawny, gettate le sue mani nelle fiamme, lo recuperò.
Le sue ceneri furono traslate nel cimitero protestante di Roma.
Sulla lapide sepolcrale furono incisi alcuni versi tratti da “La Tempesta” di Shakespeare:
“Nothing of him that doth fade
But hath suffered a sea-change
Into something rich and strange
Niente di lui si dissolve
ma subisce una metamorfosi marina
in qualche cosa di ricco e di strano»”

Opere di  Shelley

Shelley fu un genio precoce; al pari di Byron e Keats, nacque maturo per morire giovane.
Nel 1810, appena diciottenne, pubblicò insieme a sua sorella una piccola collezione di poemi denominata Original Poetry by Victor and Cazire; seguirono due storie in stile goticohorror, Zastrozzi e St. Irvyne (1813).
Ma la sua più importante opera della giovinezza fu Queen Mab (1813), nella quale Shelley pose le fondamenta della sua visione poetica ispirata dalla filosofia di Godwin.
Seguirono, come in un crescendo di straordinaria, vulcanica creatività, Alastor (1816), The Revolt of Islam (1818) e Rosalind and Helen (1819).
The Cenci, opera teatrale con la quale Shelley sperava di ottenere fama e ricchezza, fu scritta nel 1819.
L’azione teatrale in cinque atti, basata sulla torbida storia della famiglia dei Cenci e ambientata nel 1599 nella Roma opulente e sanguinaria di papa Clemente VIII, riferisce la storia vera di un rapporto incestuoso tra Federico Cenci e sua figlia Beatrice, conclusosi tragicamente con l’omicidio del padre tiranno commesso dalla figlia e con l’esecuzione capitale di Beatrice, la quale, andando stoicamente incontro alla morte, pronunziò le famose parole: We are quite ready. Well, ‘tis very well.
Shelley fu come folgorato dalla visione del ritratto di Beatrice Cenci di Guido Reni, dipinto che intrigò non poco la sua fervida immaginazione poetica.
L’opera, tuttavia, fu considerata irrappresentabile e moralmente deprecabile, per cui fu bandita dai teatri londinesi
fino al 1922. Il genio di Shelley fu più adatto alla lirica drammatica, la forma che scelse per il suo capolavoro, Prometheus Unbound – Prometeo liberato – , pubblicato nel 1820, seguito subito dopo dall’Oedipus Tyrannus.
Il Prometeo liberato, dramma lirico in quattro atti, narra dei tormenti della figura mitologica greca di Prometeo, che sfida gli dei consegnando la scoperta del fuoco all’umanità, per la quale è sottoposto ad una punizione eterna per mano di Zeus.
Ispirato alla classica Prometheia, una trilogia di opere attribuite ad Eschilo, il dramma di Shelley tratta della liberazione di Prometeo dalla prigionia, ma a differenza della versione di Eschilo, non vi è riconciliazione alcuna tra Prometeo e Zeus.
Anzi, l’abbandono e la caduta di Zeus permettono a Prometeo di essere rilasciato.
L’opera di Shelley rientra nella tipologia del closet drama, ovvero di opere teatrali non destinate alla rappresentazione.
Nel solco della tradizione romantica, Shelley scrive per la pura immaginazione ritenendo che il palcoscenico del suo spettacolo risieda nell’immaginazione dei  suoi lettori.
Tuttavia, l’opera è piena di suspense, mistero e altri effetti drammatici che la renderebbero, in teoria, rappresentabile.
Il 1820, anno molto prolifico e creativo, vide anche la pubblicazione di tre opere importantissime: To a Skylark, poesia dedicata all’allodola, Ode to the West Wind, l’ode al vento d’Occidente e The Sensitive Plant, poemetto dedicato alla semplice sensitiva, o nota col nome di Mimosa pudica.
Nel 1821 diede alle stampe il poemetto Epipsychidion, dedicato alla sua amica italiana, la contessina Emilia Viviana, seguito dall’Adonais, elegia in morte di John Keats, e dal saggio critico A Defence of Poetry.
Hellas fu l’ultimo poema pubblicato, mentre The Triumph of Life, grandiosa e incompiuta opera del maturo romanticismo, impegnò il poeta fino alla morte violenta (1822).

La poetica di Shelley

L’opera di Shelley è sovente caratterizzata da una generale oscurità, vaghezza e imprecisione, mista ad una difficoltà intrinseca di lettura; elementi questi frequentemente associati all’immenso e imponente apparato filosofico e mitologico che connota i poemi principali, dal Prometeo all’Alastor.
Si tratta di poesia visionaria, in cui le immagini collidono e sono ricreate in un interminabile processo dialettico: esse, tuttavia, non necessitano di ulteriore comprensione, ma a volte, come nelle grandi odi, si trasformano in una concitata confusione di simboli altamente evocativi.
Leggere le opere di Shelley equivale in qualche modo a decifrare la trama drammatica e turbolenta dei dipinti di William Turner (1775-1851).
L’immagine dell’allodola che prende il suo volo incontro al sole fuor della notte nella Ode to a Skylark, o l’immagine delle nuvole sospinte dal vento nell’Ode to the West Wind, non sono che un prepotente richiamo dei vortici e delle nuvole ardenti dei dipinti di Turner, in cui le forme statiche si dissolvono in un perpetuo dinamismo di colori, luci ed ombre. La difficoltà di leggere le opere shelleyane è intrinseca agli infiniti paradossi che giacciono nelle pieghe di
esse. Infatti, la sua poesia viene intesa sia come un messaggio universale per l’umanità che come un passo avanti diretto al miglioramento del mondo.

Vita e opere di Percy e Shelley

È concepita in sé stessa come un passo ulteriore verso il raggiungimento di Giustizia e Bellezza.
Shelley non ama la poesia didattica e anche se si ritiene un pedagogo investito di una missione umanitaria, ciò nonostante ritiene che la sua opera non sia destinata a soddisfare le orecchie di una base company, ossia di un gruppo di base, dalle conoscenze elementari, che è in sé stesso incapace di penetrare il profondo significato del linguaggio poetico.
Egli sa benissimo che pochi seguirebbero la sua reasoning, ovvero quell’articolata argomentazione filosofica che sottostà alla poetica, così come esposto nell’introduzione dell’Epipsychdion.
Tuttavia, la poesia «agisce in un’altra maniera, direi divina.
Essa risveglia ed espande la mente rendendola, per ciò stesso, il ricettacolo di un migliaio di inarrestabili combinazioni di pensiero.
La Poesia strappa dunque il velo dalla bellezza nascosta del mondo» (A Defence of
Poetry, 1821). La poesia svela dunque la bellezza, estendendo i confini della mente attraverso
l’artificio. L’artificio è soltanto lo strumento attraverso il quale l’ispirazione rivela sé stessa e
gli intimi, nascosti collegamenti tra tutte le cose.
La poesia, inoltre, assolve alla sua altissima funzione solo per coloro che sono in grado
di ascoltarla.
Il lettore, o ascoltatore, dovrebbe sottoporsi alla stessa esperienza creativa del poeta, sicché la base company è molto vasta ma poche e sparute sono le orecchie capaci di intendere la poesia.
Ne consegue che la poesia non può cambiare un mondo che non è disposto ad ascoltarla e con il quale il poeta non vuole o non sa come comunicare.
Questa posizione di un’estrema solitudine o alienazione è la parte centrale del paradosso contenuto nell’Ode to a
Skylark, quando Shelley dice che il canto dell’allodola liberata è gioioso, mentre il canto dell’uomo è sia dolce e amaro. Questa dolce tristezza, che coincide in ultima analisi con la poesia, proviene dal desiderio melanconico per qualcosa che non c’è o non si dà nell’immediato.
La poesia è un canto del carcere che esprime rimpianto, sofferenza interiorerammarico e un innato desiderio di libertà. Libertà che il canto stesso contraddice.
La sconfitta della poesia nella battaglia tra desiderio e realtà si rivela tutta qui, come desiderio sconfitto.
Questo è anche il tema del Prometheus Umbound espresso magistralmente nei versi seguenti:

“To suffer woes which hope thinks infinite;
To forgive wrongs darker than death or night;
To defy power which seems omnipotent;
To love, and bear; to hope till hope creates
From its own wreck the thing it contemplates;
Neither to change, nor falter nor repent;
This, like the glory, Titan, is to be;
Good, great and Joyous, beautiful and free;
This is alone Life, Joy, Empire, and Victory.”
Soffrire calamità che la speranza ritiene infinte;
Perdonare errori più neri della morte o della notte;
Sfidare il potere che sembra onnipotente;
Amare, e sopportare; sperare fin quando la speranza crea
Dal suo stesso relitto la cosa che essa contempla;
Non cambiare, né vacillare o pentirsi;
Questo, come la gloria, il Titano, deve essere;
Buono, grandioso Gioioso, bello e libero;
Questa sola è Vita, Gioia, Impero, e Vittoria.

Qui viene introdotto il tema della sopportazione stoica.
Essa continua nonostante le sofferenze infinite e disperate fino a quando, paradossalmente, la creazione rinasce nel gesto estremo e negativo del Titano incatenato, il quale, avendo sottratto il fuoco agli dei, viene
condannato ad una tortura eterna dalle aquile di Giove, e in questa tortura trova la redenzione.
La fine della speranza è l’inizio della poesia che crea una bellezza infinita, eterna, liberata dal
tempo, dalla morte e dalla sofferenza. La poesia è la torcia, il fuoco rubato agli dei dal poeta,
il quale, a costo della sua sofferenza, lo dona a tutta l’umanità.
Nell’Ode to the West Wind, il problema viene presentato ancora negli stessi termini.
Il vento d’occidente porta l’autunno e anche la morte della natura, ma anche il suo rinnovamento.
È un vento apocalittico nel doppio senso che il termine ha in greco, ossia fine e rivelazione. La
poesia è identificata da Shelley nel vento d’occidente, con l’ispirazione che “soffia” attraverso
il poeta e lo fa vibrare come uno strumento musicale, mentre egli annuncia il rinnovamento
attraverso la morte.
Il compito profetico del poeta consiste dunque nell’annunziare questo desiderio di morte e rinascita ad un mondo in agonia.
Ma questo è il desiderio che si realizza solo nel contesto della poesia, la cui opera creativa inizia quando cessa la speranza.
Gaetano Algozino, Kidbrooke Village 16/06/2020

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